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Questo è un post che non ti farà ridere. Perchè non è che per forza, tutto, deve fare ridere.

CCome stai? 

è la frase d’esordio nel mondo” .

I Brunori SAS mi sono sempre piaciuti, mica sono una fan dell’ultim’ora, io.

“Come stai?”

“Tutto bene, tu?”

“Ma si, dai, tutto bene.”

Basterebbe aggiungere un’altra domanda – che consta di una sola parola - per ribaltare, a volte,il corso di un banale scambio di convenevoli e renderlo una vera conversazione.

Per renderlo una conversazione.

Oppure, per innescare una bomba.

“Veramente?”

Ora, non solo le norme sociali impediscono in qualche modo di porgerla al vicino di casa incontrato in ascensore con le buste della spesa, ma spesso si evita accuratamente di fare quella domanda persino a sè stessi. Non esiste alcuna norma sociale che impedisca di guardarsi allo specchio una mattina e di chiedersi: “Stai bene veramente?”

Forse, a impedirlo, non è una norma, ma una forma: di autoconservazione.

E la bomba ti rimane in mano. Disinnescata, non fa male.

Secondo la Treccani, l’autoconservazione è la tendenza a conservare sé stessi e la propria integrità.

Che presa così è pure ‘na bella cosa, no? Tu dirai: non sono un pluriomicida, non sono un seguace di Satana, non sono nemmeno un Salviniano, perdio! Potrò pure avere ‘sta tendenza ad autoconservarmi per come sono venuto su, che cazzo vuoi?

Il punto non è tanto ciò che non sei, ma ciò che sei.

Ti è sufficiente continuare a non accoltellare gente a caso per strada, non invocare il demonio mentre fai colazione e non votare Salvini il 4 Marzo?

Oppure avrai il coraggio di chiederti cosa, invece, sei? Chi sei? In cosa consiste per davvero il tuo sé e in cosa consiste per davvero la tua integrità? Come sei arrivato qui? Ci vuoi rimanere o te ne vuoi scappare a passi lunghi e ben distesi? Se sì, dove vuoi andare?

Ti riconosci ancora allo specchio tanto da chiederti come stai veramente o nel riflesso vedi oramai il vicino di casa incontrato in ascensore con le buste della spesa? Sei ancora in tempo o è tardi? Puoi fare qualcosa per migliorarli, ‘sto minchia di sé e ‘sta cazzaccio di integrità?

Veramente è solo una parola, ma come ci insegna Moretti, baby, le parole sono importanti.

Io aggiungo che possono essere difficili, moleste, collose, spesse, spossanti.

Le parole hanno potere, e probabilmente questa ti tratterrà per un po’ in uno stato vischioso, denso, appiccicoso. Non ti riconoscerai per un bel po’, ti girerai intorno e non saprai più come uscire dal tuo piccolo dramma avvitabile. Ma in qualche modo le parole sono liberatorie. Le parole usate bene definiscono gli oggetti, le sensazioni, le qualità, le mancanze, le albe, i colori, le penombre.

Se stai in penombra adesso, prova a definirla.

La mia, ad esempio, è apatica, grigio perla con striature ocra e odora di spinaci bollici. Brontola come uno stomaco che non lavora da sei ore, è stanca come un personaggio di Jorge Amado che conosco.  Ma non è sconfitta.

Perchè dopo un po’ che la scacciavo via come una zanzara, l’ho richiamata appena in tempo e le ho chiesto di parlare un po’.

“Come stai?, faccio io.

“Tutto bene, tu?”

“Ma si, dai, tutto bene.”

“Veramente?” mi fa lei.

“Veramente no”.

Siamo esseri umani, gente, dunque fallibili. Non saremo mai integri, completi, intatti, perfetti. Ci sarà sempre un momento in cui ci sentiremo incompleti, alterati, inadatti, imperfetti, mutilati di qualcosa o di qualcuno. Molto più spesso di quanto si creda, mutilati di noi stessi.

Trapanati nel nostro piccolo dramma avvitabile. Che un “veramente”, piazzato bene, può rendere perfettamente evitabile.



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