Photo: Crazy Family

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Da ormai qualche mese mi sono trasferita in un nuovo appartamento che condivido con delle persone meravigliose. E non lo dico solo perchè mentre scrivo sono circondata da loro tre. Che mi fissano. Perchè sanno che ho un blog. E sanno che il post che sto scrivendo tratterà di loro.

Come si può intuire da alcuni dei post precedenti, tipo questo, ormai da qualche mese ho lasciato il Solsta di Stefano e Julia sul quale per troppo tempo ho so(l)stato e mi sono trasferita in un nuovo appartamento meraviglioso, che condivido con due persone meravigliose alle quali si è aggiunta da poco una terza persona altrettanto meravigliosa.

E non lo dico solo perchè mentre scrivo sono circondata da loro tre. Che mi fissano. Perchè sanno che ho un blog. E sanno che il post che sto scrivendo tratterà di loro.

sospetto

Non lo dico perchè ho paura che usino il mio spazzolino per scartavetrarsi i calli dei piedi. O che mi caghino dentro al piatto. O perchè temo rappresaglie belliche nel cuore della notte. No. Come è risaputo, spesso quando parlo do semplicemente fiato alla Flavia Vento che è in me. Ma quando scrivo, ogni parola ha un significato preciso.

E questi tre sono per davvero la meraviglia.

Fatte queste giuste premesse, prima di essere colta da una botta di diabete fulminante, ritornerò  subito alla vecchia cara meschinità, al becero cinismo e alla bassezza morale che da sempre albergano nel corpo esageratamente sexy che la natura mi ha concesso.

Il primo che ho incontrato, in ordine cronologico, è stato Patrizio: sono venuta a vedere la camera, ci siamo presi un caffè e nel giro di venti minuti, complice l’effigie di Mao che mi scrutava o da una delle pareti del salotto, gli avevo raccontato tre quarti della vita mia. Patrizio, che dimostra circa 36 anni e ha la faccia da ingegnere informatico, non ha 36 anni e non fa l’ingegnere informatico. Quando mi ha detto che mestiere fa non ci ho creduto: “Certo, come no. Dai, che lavoro fai?” ho sghignazzato. Lui l’ha ripetuto e io gli ho riso in faccia per la seconda volta. Egli, per la cronaca, esercita la professione di psichiatra. Soprassediamo.

Dopo qualche minuto è rincasato Vito. Vito, la prima volta che l’ho visto, portava immotivatamente un paio di occhiali da sole tre volte più grandi della sua faccia. Dico immotivatamente perchè abitiamo a Bruxelles, non a Santo Domingo. Comunque. In quel momento tornava dal turno di notte, per cui forse quegli occhiali gli servivano per non spaventare a morte la potenziale nuova coinquilina. Quando gli ho chiesto che lavoro facesse lui – aspettandomi chessò, il ragazzo immagine in discoteca, il barman, il gestore di una bisca clandestina specializzata in scopone scientifico – mi ha risposto che faceva lo psichiatra.

E due. A quel punto, ho avuto la certezza che l’universo volesse comunicarmi qualcosa.

Cioè, stava chiaramente scandendo: “Fat-ti-cu-ra-re”.

Io. E due psichiatri. Ho deciso che dovevo donare il mio corpo alla scienza.

Dopo qualche mese di serena convivenza – costellata da cene luculliane preparate sostanzialmente da Vito, musica  di gran classe proposta sostanzialmente da Patrizio e una grossissima quantità di minchiate fornite sostanzialmente da me – al trio si è unita Kim, la fidanzata di Vito, che adesso vive con noi e bilancia la quota femminile presente in casa. Nel senso che finalmente in casa c’è una donna.

Kim è americana, sta cercando di imparare il francese, è bellissima e nonostante ciò mi è stata simpatica sin da subito. Ma mi ha conquistata davvero con la regola dei 5 secondi. Una sera, mentre mangiavamo, un pezzo di pane le è cascato a terra. Il pavimento della cucina in quel momento ricordava vagamente una fogna di Giacarta, ma lei l’ha raccolto subito, ci ha soffiato su e ha detto: “Sono passati meno di 5 secondi, si può mangiare ancora!”. In Italia io ho sempre applicato la regola dei 3 secondi, ma si sa, gli Americani fanno sempre tutto in grande. In ogni caso, ciò l’ha resa definitivamente una di noi.

Insomma, direi che al momento ce la passiamo bene. Si è instaurato sin da subito quella mezcla perfetta di ironia, cazzeggio, curiosità e intelligenza (dalla quale chiaramente mi dissocio) colorata da una buona dose di solida demenza che mi ha fatta sentire, da subito, a casa. A casa.

E ogni volta che torno a casa, non importa che abbia litigato col mio capo, che abbia pestato una merda di cane, che abbia ricevuto una telefonata che non doveva arrivare, che il buco nell’ozono sia sempre più bucato, che la lavatrice divori incomprensibilmente i miei calzini sinistri, che Barbara D’Urso semplicemente esista o che sia in premestruo e dunque abbia voglia di piangere per l’estinzione dei tirannosauri.

Io varco la soglia di casa e mi sento serena. Che qua ci si vuole bene. Che in un modo un po’ buffo, un po’ squinternato, un po’ nostro, we are Family. 

 



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